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Il referendum italiano sulla cannabis innescherà un effetto domino?

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Gli occhi dell’industria europea della cannabis sono puntati sull’Italia. Il mese scorso è stato annunciato che un referendum nazionale sulla legalizzazione della cannabis si sarebbe svolto all’inizio del prossimo anno e sono state immediatamente sollevate speranze che potesse innescare un effetto domino per aprire alla cannabis le altre economie europee.

I promotori della campagna, tra cui attivisti come Antonella Soldo del gruppo di pressione sulla cannabis “Meglio Legale”, hanno redatto una petizione che ha rapidamente superato le 500.000 firme. Il mezzo milione rappresenta il numero minimo di firme necessarie per realizzare un referendum nazionale e, a testimonianza della popolarità della campagna, le firme sono state raccolte digitalmente in meno di una settimana, prevalentemente da giovani italiani.

Così, è stato tracciato un percorso per votare il prossimo anno, con l’obiettivo di allineare l’Italia a gli Stati Uniti e al Canada in termini di legislazione sulla cannabis, rendendola una prima europea. Un sondaggio ha già suggerito che il 57% degli elettori italiani dovrebbe sostenere la legalizzazione. Il prossimo passo, presumibilmente, punterebbe ad una più ampia legalizzazione – o almeno depenalizzazione – da promuovere in tutto il continente dopo l’esempio italiano, trascinando il resto d’Europa verso una nuova era di regolamentazione della cannabis.

Questa apertura alla cannabis gioverebbe all’Italia, tra i più grandi consumatori del continente su base pro-capite. Il consumo ricreativo del Paese, secondo il Consiglio Nazionale delle Ricerche, vale circa 8 miliardi di euro e se fosse legalizzato la cannabis potrebbe poi essere tassata al 75% (prendendo spunto dall’industria del tabacco del Paese) che porterebbe 6 miliardi di euro l’anno alle finanze pubbliche, per non parlare dell’aggiunta di benefici sociali, come 35.000 nuovi posti di lavoro e la riduzione degli aspetti negativi con il passaggio della cannabis dal dominio illegale a quello legale.

Sebbene non sia stato tradizionalmente considerato uno stato in prima linea sul tema cannabis in Europa (come la Spagna o i Paesi Bassi), l’Italia ha una forte connessione con questo settore. È il sesto mercato legale di cannabis al mondo (senza contare gli Stati Uniti e il Canada) con 5,7 milioni di consumatori su una popolazione di 60,2 milioni e con un’industria del valore di 22,7 milioni di dollari. L’Italia ha anche visto la sesta spesa più alta di consumatori per la cannabis ad alto contenuto di THC nel 2020 e si è classificata settima al mondo tra i consumatori di cannabis pro capite, con una media di 94 su 1.000 italiani che ne fanno uso.

Il Dipartimento della Salute italiano ha iniziato a consentire ai medici di prescrivere la cannabis già nel 2007; da allora, il consumo medico da solo è balzato del 30% su base annua, a 1,1 tonnellate nel 2020. Ci sono ora 7.767 pazienti di cannabis medica, in aumento del 30% rispetto al 2019. Eppure in Italia – come altrove in Europa – la situazione rimane ambigua e con molte complicazioni a livello burocratico.

Ci sono stati passi avanti e battute d’arresto nel viaggio della cannabis in Italia. Sebbene la cannabis ricreativa rimanga illegale, la massima corte d’appello italiana nel 2019 ha stabilito che la coltivazione di cannabis per uso personale doveva essere legalizzata, sebbene la questione fosse lasciata senza chiarezza giuridica. La coltivazione su piccola scala della cannabis è stata affrontata ancora una volta il mese scorso, quando sono state approvate le riforme per consentire alle persone di coltivare in casa quattro piante di cannabis femmina – ma le pene per i reati legati al traffico di cannabis sono state aumentate da sei a 10 anni, un messaggio un po’ confuso.

Un segno del progresso dell’Italia come paese amico della cannabis è arrivato con il mercato dei fiori a basso contenuto di THC – cioè “cannabis light” – usati in forma combustibile dai fumatori ricreativi. Quel mercato è decollato quasi inavvertitamente dopo che una legge del dicembre 2016, approvata per regolamentare la produzione di canapa, ha consentito la commercializzazione di cannabis a basso contenuto di THC. Cogliendo l’occasione, la cannabis light è stata venduta sul mercato del tempo libero e, nonostante il packaging cautelativo indichi che non dovrebbe essere “mangiata o fumata”, le vendite sono aumentate in Italia.

Un effetto benefico della cannabis light è stato notato nel Journal of Health Economics: con la crescita del mercato, le vendite di farmaci ansiolitici e sedativi sono diminuite. “L’accessibilità su larga scala al nuovo prodotto, pubblicizzato come rilassante, ha indotto alcuni pazienti ad abbandonare la medicina tradizionale per cercare sollievo”, hanno scritto i ricercatori in uno studio, citando una diminuzione dell’11,5% degli ansiolitici, una riduzione del 10% dei sedativi e una riduzione del 4,8% degli antipsicotici. Tali benefici potrebbero influenzare il referendum del prossimo anno.

Storicamente, l’Italia ha una relazione curiosa con la cannabis in quanto il suo esercito, attraverso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare (SCFM), era precedentemente il principale fornitore di cannabis medica per la cittadinanza e rimane l’unico produttore nazionale del paese. Da allora, in relazione alle prescrizioni di cannabis medica, al contributo nazionale dello SCFM si sono unite le importazioni dirette, tra cui Bedrocan dai Paesi Bassi, la cannabis dalla canadese Aurora e le importazioni dalla società EMMAC Life Sciences (ora parte di Curaleaf). I pazienti hanno maggiori probabilità di usare cannabis per uso medico importata, ma è stato necessario per soddisfare la domanda interna.

Un altro problema sorge dal fatto che l’Italia è frammentata a livello regionale, con poteri locali e sistemi sanitari individuali. Ogni regione è in grado di adottare la propria legge sulla cannabis medica e decidere i termini della disponibilità: un forte effetto di decentralizzazione che potrebbe far naufragare qualsiasi tentativo unificato di adottare normative nazionali complete.

Politicamente, l’Italia è stata a lungo un mosaico e lo stesso governo di unità nazionale di Mario Draghi è diviso sulla politica riguardo la cannabis. Infatti, nel maggio 2019, l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini ha condotto un giro di vite sulla cannabis, seguito da una decisione della Corte Suprema italiana di vietare la vendita di derivati ​​della cannabis. Nel frattempo, la questione cannabis non è si è piegata alle linee politiche tradizionali: il Movimento 5 Stelle ha promosso la liberalizzazione, Lega e Fratelli d’Italia si sono opposti, e il Partito Democratico di centrosinistra si trova tra questi due estremi.

In attesa del voto, restano punti di contesa. La burocrazia ha contaminato il referendum a causa dei ritardi delle regioni nell’invio della documentazione all’organo giuridico per verificare la legittimità di tutte le firme. Tra il disaccordo interno e la tendenza degli elettori a diventare più conservatori alle urne, il previsto “effetto domino” potrebbe finire per essere molto più lento di quanto i sostenitori della cannabis potrebbero sperare.

 

Questo articolo è stato prodotto da New Frontier Data. Rize ETF Ltd non rilascia alcuna dichiarazione o garanzia di alcun tipo, espressa o implicita, circa la completezza, l’accuratezza, l’affidabilità o l’idoneità delle informazioni contenute in questo articolo.

 

ETF correlato:

FLWR: Rize Medical Cannabis and Life Sciences UCITS ETF

 

Referenze:

  1. New Frontier Data, “Will an Italian Cannabis Referendum Trigger a Domino Effect?”, October 2021. Available at: https://newfrontierdata.com/cannabis-insights/will-an-italian-cannabis-referendum-trigger-a-domino-effect/
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